Limen

LIMEN

Studio per una performance open air di Giacomo Diegoli

realizzata per la rassegna FINESTRE SULL’IMMAGINARIO 2026 - X EDIZIONE

Studio per una performance open air di Giacomo Diegoli
Performer Alice Burato, Matteo Käppeli, Alessia Puleio
A cura di Manuel Renga, Ariella Vidach, Fabio Brusadin e Arianna Sorci.
Elementi scenici e allestimenti | Alice Capoani e Mattia Franco
Elementi di costume | Nunzia Lazzaro
Luci | Simona Ornaghi e Paolo Latini

Nota di Giacomo Diegoli

Ci sono misteri della vita di fronte ai quali l’uomo non è mai riuscito a trovare una risposta. Quando ciò è accaduto l’uomo non solo ha sviluppato delle narrazioni che aiutassero a comprenderli, ma dei veri e propri linguaggi, che ha raccolto attraverso ricche tradizioni rituali. La partecipazione ai riti è per una comunità un fatto fondamentale, perché in essi gli eventi straordinari che mettono a rischio un delicato equilibrio costituito diventano invece occasione per riunirsi e rafforzare i legami collettivi, con l’idea che solo la forza del gruppo possa comprendere e controllare ciò che di più misterioso la natura ci riserva. Non sorprende quindi che di fronte al fenomeno della morte siano nate tradizioni rituali estremamente ricche e profondamente consolidate nella forma mentis dei diversi popoli. Quando queste sono nate l’uomo era esposto alla morte in misura maggiore rispetto ad oggi, non solo per la più bassa aspettativa di vita, ma anche per il suo contatto più diretto coi cicli naturali di morte e rinascita. Stare in presenza della morte era qualcosa di molto frequente, eppure sempre di non ordinario. La morte infatti inquieta profondamente l’uomo: ogni cosa che perisce è un monito ripetuto della sua finitezza. Di fronte a questo terrore le prime comunità umane hanno trovato la forza di reagire nella collettività e nella comunione di quest’ultima con il mondo naturale.

Oggi non conosciamo più queste strategie. Lo sviluppo del progresso ha instillato in noi un desiderio di onnipotenza che ci ha fatto cambiare il nostro rapporto con la natura. Non ne siamo più parte integrante, ma ne siamo ora i custodi, ora i padroni. I cicli naturali non sono un mistero più grande di noi, sono una dinamica che studiamo e sfruttiamo. Non ci contaminiamo più con le altre forme di vita, ma costruiamo metropoli a nostro uso esclusivo, mondi che vogliamo raccontarci come eterni ed incrollabili. Nonostante i media ci espongano sempre di più al tema della morte, ed esso negli anni stia smettendo di essere un tabù, non siamo più abituati alla presenza concreta di ciò che è morto. Questa presenza in effetti oggi mette in crisi il sistema di valori che ci siamo costruiti. In un mondo in cui il principio individualista sembra essere l’unico criterio di scelta non conosciamo più quegli strumenti collettivi che ci consentono di metterci in contatto col grande mistero della morte. Qualsiasi forma di memento mori non è più ben accetta, e piuttosto che affrontare la nostra mortalità testa a testa tendiamo a ignorarla. Laddove le tradizioni del passato lasciavano grande spazio all’immaginazione per lavorare su cosa succedesse dall’altra parte, oggi scavare a fondo sulle implicazioni del morire ci è molto difficile, e preferiamo metterle da parte. Ci raccontiamo immortali, salvo poi andare a sbattere di fronte all’ineluttabilità della fine.

Questa barriera oltre cui non osiamo andare è ciò che separa il mondo che presumiamo di conoscere con i mezzi della scienza da quello che non può essere veramente spiegato se non con gli strumenti dell’immaginazione, la realtà materiale dello scibile e la realtà spirituale del misterioso. Questo confine tra due mondi è quello che l’antropologo Arnold Van Gennep chiama limen, ossia la soglia, uno spazio che delimita due realtà ma che è pensato per essere percorso. Il percorrimento del limen è proprio ciò che costituisce il centro di qualsiasi ritualità di passaggio nel mondo. Non avendo più a disposizione gli strumenti per questa operazione il limen si è trasformato in un confine invalicabile. A causa di questa distanza quando oggi ci capita di stare alla presenza vera della morte avvertiamo un senso profondo di vuoto.

Proprio dall’indagine su questo vuoto parte il nostro lavoro. La presenza della morte è non a caso incarnata dall’assenza di qualcuno, di fronte alla quale i tre performer si relazionano come entità isolate. Abbiamo esplorato che cosa succede a un corpo quando gli viene meno un appoggio necessario, e da qui abbiamo riflettuto sui diversi tentativi dell’uomo di reagire alla prospettiva della fine. Questa indagine sul vuoto è stato il nostro punto di partenza per vivere ogni tappa di un ipotetico superamento di questa soglia. Nel corso del nostro studio ci siamo concessi di tornare ad esplorare il tema della morte attraverso quello spazio dell’immaginazione che lo trasforma da fatto individuale a fatto collettivo, alla ricerca della costruzione di un rito che permetta di estraniarsi da sé e ritrovare un contatto autentico con gli altri e con il mondo.

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venerdì 20 marzo 2026 dalle ore 19.00
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via Salasco, 4 - Milano

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