Crediti
A cura di CARMELO RIFICI
Registe/i assistenti
Giorgia Azzellini, Giacomo Diegoli, Clémence Jourdan Delmonte, Sara Mino, Pasquale Renella
Interpreti
Chiara Baccarini nel ruolo di Seconda Strega, Messaggero, Secondo Assassino e Macbeth
Beatrice Barizza nel ruolo di Angus e Macduff
Pietro Bertoni nel ruolo di Malcolm*
Alessia Carkanji nel ruolo di Prima Strega, Primo Assassino e Lady Macduff
Gaia Curto nel ruolo di Lennox
Massimiliano Di Giacinto nel ruolo di Macbeth
Jacopo Francesco Fiori nel ruolo di Banquo e Medico
Davide Lo Vecchio nel ruolo di Donalbain Figlio di Macduff e Fleance*
Chiara Maggio nel ruolo di Ross e Assassino
Marta Militello nel ruolo di Lady Macbeth e Messaggero
Silvia Paterlini nel ruolo di Terza Strega e Lady Macbeth*
Guglielmo Potecchi nel ruolo di Capitano e Macbeth
Lua Omi’ Quagliarella nel ruolo di Seconda Strega e Lady Macbeth*
Paulette Rufin nel ruolo di Terza Strega e Macbeth
Maria Spinazzola nel ruolo di Prima Strega, Lady Macbeth e Dama
Federico Tallon nel ruolo di Re Duncan, Vecchio, Terza Strega e Seyton
Pietro Vuolo nel ruolo di Macbeth, Servo e Seyward
*I ruoli indicati con un’asterisco sono in alternanza.
Costumi | Nunzia Lazzaro, Fabiola Soldano
Scene | Alice Capoani, Mattia Franco
Luci | Paolo Latini, Simona Ornaghi
Progettazione di costumi, luci, scene e musiche a cura dei registe/i assistenti
si ringrazia Pietro Sanclemente del 3° anno Corso Scrittura per lo Spettacolo per il contributo alla drammaturgia
Nota di regia
Lavorare con le allieve attrici e gli allievi attori, insieme alle registe e ai registi del terzo anno della Civica Scuola Paolo Grassi significa, per me, assumersi ogni volta una responsabilità doppia: artistica e soprattutto pedagogica. Questo saggio nasce dentro questa tensione fertile, dentro un’idea di teatro che non è mai semplice esibizione di un risultato, ma attraversamento di un processo.
Ho scelto – insieme alla Direzione che ringrazio– di confrontarci con un testo profondo, stratificato, attraversato da molteplici livelli di senso. Non per mettere alla prova le abilità tecniche in modo virtuosistico, ma perché credo che l’attore si formi davvero solo quando è costretto a sostare nella complessità. Un testo così non si lascia consumare: chiede tempo, ascolto, disciplina, studio. Chiede di essere interrogato prima ancora che interpretato.
Nel percorso di lavoro ho insistito su un principio per me fondamentale: non “capire” il personaggio, ma lasciare che il testo modifichi l’attore. La pedagogia che cerco di praticare non è orientata alla costruzione di una maschera efficace, ma alla formazione di uno sguardo. L’attore deve imparare a riconoscere le stratificazioni linguistiche, le tensioni sotterranee, le contraddizioni. Deve accettare che il senso non sia mai univoco, che ogni battuta contenga un conflitto, che ogni silenzio sia materia viva.
In un tempo che tende alla semplificazione e alla velocità, lavorare su un testo complesso diventa per dei giovani artisti un atto di resistenza. Significa esercitare la pazienza, la precisione, la capacità di abitare l’ambiguità. Per questi giovani attori è un allenamento necessario: li costringe a uscire dalla comfort zone dell’emozione immediata per entrare in una zona di responsabilità interpretativa. Non basta “sentire”; bisogna articolare, strutturare, pensare. Il saggio, dunque, non è la dimostrazione di un talento già compiuto. È il frammento visibile di un percorso. In queste settimane abbiamo lavorato sul corpo come luogo di memoria, sulla voce come spazio di relazione, sul ritmo come architettura invisibile della scena.
Quello che vedrete non è un punto d’arrivo, ma un passaggio. La scuola, per me, è questo: uno spazio protetto in cui si può sbagliare con coraggio, in cui l’errore diventa conoscenza, in cui l’attore impara a confrontarsi con testi che lo superano, lo mettono in crisi, lo costringono a crescere.
Credo profondamente che solo attraversando opere complesse si possa costruire un pensiero scenico solido. E credo che questi allievi, nel misurarsi con questa sfida, stiano imparando non soltanto a “recitare”, ma a stare nel teatro come luogo di responsabilità, di ascolto e di trasformazione.
Questo saggio è, prima di tutto, un esercizio di profondità.
Carmelo Rifici